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In un momento di emergenza sanitaria globale le voci sembrano essersi confuse. Le voci dell’informazione, della comunicazione e del semplice chiacchericcio da piazza che oggi più che mai si è trasformata nella grande piattaforma virtuale.

Sentiamo certamente delle voci forti e più distinte. Di chi ha in grembo il Paese.  I medici e tutto il personale sanitario. Sono loro che ogni giorno definiscono la soglia tra vita e dolore, tra precarietà e presenza. Su quella soglia si gioca il destino di molte persone e di molte famiglie. A loro affidiamo il nostro orizzonte. I nostri progetti interrotti. A quella parte del Paese che oggi non torna a casa, che non dorme, e che vive costantemente nell’incertezza. Senza sufficienti presidi di sicurezza. Senza tempo per preghiere, religiose o laiche. A loro consegnamo il nostro orizzonte. In modo che lo tutelino il più possibile.

Ma fuori dai luoghi di cura – che oggi sono diventati spazi aperti e risonanti – cosa accade?

Si riportano numeri, dati, sentenze e imperativi. Si ribadiscono diritti, doveri e buone pratiche. Ma si dimenticano alcuni aspetti importanti.
Che cosa sta cambiando nella nostra vita? Come fare a trattenere, tenere traccia o ancora documentare questa trasformazione che si radica sempre di più nel nostro quotidiano, stravolgendolo per sempre?

A chi o a che cosa possiamo affidare i nostri sentimenti nuovi, le nostre paure? Con che nuovo linguaggio possiamo raccontare un’identità che cambia, sia essa individuale o collettiva?

In questo momento di confusione di informazioni, suoni, rumori e atonie creative si distingue forte un’altra voce. Quella dell’arte. Del pensiero che costruisce e che genera occasione, possibilità. Che consegna una prospettiva. E lo fa con canali di comunicazione diversi e oggi più che mai interattivi.

Il mondo della musica si sta reiventando e riscoprendo ancora una volta la potenza della sua voce e l’importanza di definire luoghi dell’anima in cui continuare a immaginare un nuovo scenario.

Come il progetto dedicato ai medici realizzato dagli artisti dell’International Opera Choir che hanno aperto le porte della loro sala prove virtuale “per sentirsi vicini attraverso la musica”

 

Così l’esperimento del “Coro che non c’è” che riunisce i migliori elementi di diversi cori di licei romani. Il risultato: decine di voci, all’unisono, tutte provenienti da case diverse, per cantare una canzone emblematica: “Helplessly Hoping”, incisa nel 1969 da Crosby, Sill&Nash, nella versione a cappella degli Homefree. Distanti, ma più che mai uniti. “Avevamo trascritto questo brano in estate – spiega Dodo Versino,  direttore del coro – dovevamo registrarlo proprio in questo periodo, ma l’Italia s’è fermata. Così i ragazzi hanno proposto di cantarlo ognuno da casa” 

 

 

E la meravigliosa perfomance del Coro CET con la versione di “In cil ‘e je une stele” in onore del Coro Gioventù Alpina di Cremona che qualche giorno fa ha intonato un canto degli Alpini che esprime la forza della condivisione.

Le voci degli artisti intrecciano le nostre fragilità. A loro possiamo consegnare una parte della nostra rinascita. A loro possiamo affidare sequenze importanti del nostro destino.

Covid-19 ci toglie l’aria. Non il pensiero.

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