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Vinicio Capossela, “Ballate per uomini e bestie”, Premio Tenco 2019 per il miglior disco assoluto. Undicesimo capitolo nella carriera discografica dell’artista irpino, una sperimentazione linguistica unica e come spesso nei versi di Capossela, caratterizzata da una trama onirica fatta di ricordi, citazioni e immagini infami. Infami perché indicibili e mostruose. 14 liriche in forma di ballata che interpretano i tempi contemporanei in chiave allegorica ma non per questo meno lucida.
Lame sonore che tagliano l’ascolto più maturo e colto. Capossela fa della parola una preghiera profana. In essa tutta il fascino vitale e virale delle viscere, dell’intimità dell’essere umano che a tratti si disperde nella voracità animale. 
Nella Ballata del carcere di Reading, ispirata da un testo di Oscar Wilde, il racconto del destino dell’uomo. Uccidere ciò che ama. Lentamente o con la freddezza di un colpo secco. Mandare a morte il sogno della rinascita sotto la luce del sole, in una bagno di sangue e vino.
Il rosso della passione, il sacrificio di un salvatore, un corpo deposto accanto al proprio amore. 
L’amore deposto accanto alla vita.

Ma ogni uomo uccide quello che ama
Questo sia bene udito
Alcuni con sguardo amaro
Altri con parlar forbito
Il codardo lo fa con un bacio
Con la spada lo fa l’ardito
Con la spada lo fa l’ardito
Alcuni lo uccidono da giovani
Altri quando sono anziani
Con la lussuria lo uccidono
Oppure con l’oro nelle mani
I pietosi impugnano il coltello
Che più in fretta diventi freddo
Il cadavere l’indomani
C’è chi ama poco
Chi troppo a lungo
C’è chi lo dona
C’è chi lo insozza
Alcuni lo annegano in lacrime
Altri senza un singhiozzo

Questo ci racconta Capossela nella sua ballata. Il contagio della morte che non è la fine ma la pena in vita di non proteggere il talento, di rinnegare il miracolo della nascita. 
Non una parabola, forse una preghiera. Certamente un inno laico all’umano fuori dall’umano. Un urlo per richiamarci all’intimità del nostro sogno. 
La disumanità contagia, l’animalità non mente. Capossela apre sull’abisso del disordine, dell’anarchia del discorso, per farci ascoltare solo il suono del genuino verso belluino. 
Quello di non tradire. Di non uccidere ciò che si ama. 
Come una lirica greca che ci ricorda che la cosa più bella sulla nera terra… è ciò che si ama.

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